Pooh - Biografia Anni '70: 1973

Anno 1973

La formazione che si affaccia al nuovo anno include il secondo tastierista, il terzo chitarrista ed il secondo batterista avvicendatisi nel gruppo. Nessuno di loro proviene dalla formazione originale dei Pooh, anche se il fondatore Negrini fa tecnicamente ancora parte del gruppo, come autore dei testi. Le audizioni per il terzo bassista nella storia dei Pooh si svolgono nel luogo in cui, da circa un anno e mezzo, il gruppo ha eletto segretamente il proprio quartier generale, situato presso l’Hotel Roncobilaccio, abbarbicato sugli Appennini non appena fuori dall’autostrada, punto di riferimento per camionisti e rappresentanti di commercio. La sala prove è nascosta al piano terra, tra la lavanderia e i magazzini dell’albergo. Vi sono stipati contro una parete migliaia di rotoli di carta igienica, che funge anche da ottimo insonorizzante, tanto che il locale si è meritat l’appellativo di “Paradiso del Culo” da parte del gurppo. Una fila di bassisti candidati al posto lasciato vacante da Fogli si presenta per le audizioni, fra cui anche Red Canzian, chitarrista e cantante trevigiano che, dopo la militanza nei Prototipi, aveva guidato la formazione progressive dei Capsicum Red per unirsi poi, poco prima del loro scioglimento, agli Osage Tribe. In occasione del loro primo incontro, nel 1971 dietro le quinte del "Festivalbar", in occasione della partecipazione dei Pooh con Tanta voglia di lei e dei Capsicum Red con un singolo scritto da Franco Battiato, Tarzan, già era scattato il feeling.

«Mi avvicinò Roby. Io ero vestito strano, loro erano già in divisa 'Pooh'. Di Roby mi colpirono subito i modi estremamente gentili. Restammo a parlare a lungo, in piedi dietro il palco, e poi ancora in albergo, a spettacolo finito». Red Canzian

«Abbiamo fatto le 4 del mattino a discutere e a confrontarci sulle questioni che più ci stavano a cuore. Mi sorprendeva scoprire quante cose avessimo in comune. Inclusa la passione per la buona tavola». Roby Facchinetti

Contattato tramite il suo agente Giuliano Selva, a sua volta chiamato da Ivo Saggini, impresario dei Pooh, Canzian viene avvisato dalla madre, che lo chiama al telefono una sera, dopo un concerto ad Urbino con gli Osage Tribe.

«Il primissimo impatto coi Pooh fu piuttosto traumatico: Roby e Lucariello mi avevano dato appuntamento alla stazione di Bergamo. Mi presentai col mio pellicciotto, stivaletti rossi e capelli lunghi fino alle spalle. Puoi immaginare come mi guardava Lucariello. La prima cosa che mi disse fu: ‘Tu i capelli li porti proprio così, vero? Ne sei propri convinto?’. Insomma, ti faceva sentire in colpa come se avessi ucciso un bambino… Subito dopo avermi ingaggiato, mi convinsero a darmi una bella ripulita. Andammo dal loro sarto che mi confezionò alcuni vestiti in velluto, con tanto di gilet e cravatte». Red Canzian

«Quando l’abbiamo visto davanti alla stazione di Bergamo, con la sua pelliccia di montone bianco, ci sembrò un marziano, fummo tentati di lasciar perdere, ma solo per un istante. Dopo una lunga chiacchierata a casa mia ci fece una buona impressione, così decidemmo di sentirlo suonare qualche giorno dopo». Roby Facchinetti

«Ci piaceva. Sapeva suonare, cantare e poi aveva una personalità e un’immagine forti. Quello che cercavamo per lasciarci alle spalle una figura come quella di Riccardo». Valerio Negrini

«Ho ancora davanti agli occhi il pianoforte a coda, sulla moquette azzurra del salotto e Alessandra, piccolissima, che cammina carponi tra le nostre gambe». Red Canzian

Preso l’impegno di rivedersi ad un concerto del gruppo a San Benedetto del Tronto, dove i Pooh suonano ancora con Fogli in formazione, Canzian in quell'occasione siede sotto al palco e comincia a fissare il gruppo sulla scena.

«Arrivava una grande energia. C’era molta grinta. Sicuramente erano diversi da come me li immaginavo». Red Canzian

A sancire l’ingresso di Canzian nel gruppo manca soltanto la formalità del provino. Ad attenderlo quel mattino del 15 febbraio nell’albergo di Roncobilaccio, ci sono Facchinetti, D’Orazio, Battaglia, Negrini e Lucariello. Dopo il pranzo ed una chiacchierata, il sestetto si dirige verso la sala prove.

«I Pooh mi offrivano un posto da bassista, in un gruppo che faceva una musica totalmente diversa dalla mia. Quel giorno mi sentivo confuso, ma in fondo anche tentato: avevo in mente 'Pensiero', mi piaceva l’uso delle voci; da quei cori traspariva una magia che mi affascinava. E comunque non capivo perché volessero me, che per giunta ero un chitarrista. Non avevo un basso, e neppure la mia chitarra: portarmela dietro, quel giorno, mi sembrava inutile. C’era un basso bianco, forse un Fender Precision, lasciato lì da Riccardo. Ero convinto che il provino sarebbe andato malissimo. Per prima cosa, mi chiedono di suonare un brano strumentale che i Pooh non avevano inciso e che era piuttosto diverso dalle loro produzioni di allora. Un pezzo abbastanza difficile, che però non mi spaventò affatto. Ho sempre affrontato le sfide con coraggio; sono sempre state uno stimolo, non un freno. Andammo avanti per una mezz’ora. A un certo punto mi passarono la chitarra di Dodi e intonai 'Yorghe', un brano che avevo scritto per gli Osage. Credo che rimasero affascinati dal mondo musicale che evocavo. Guardando la faccia di Facchinetti, che è uno che non sa nascondere le emozioni, capii che ero piaciuto. Continuava a ripetere ‘Senti, senti’ e non stava fermo un attimo sulla sedia. Lucariello lo guardava e rideva sotto i baffi, mentre Stefano era più distaccato. Comunque, un paio di giorni dopo, mi hanno confermato che sarei entrato nei Pooh». Red Canzian

«Alzai gli occhi dalla tastiera e incontrai lo sguardo di Giancarlo. Con una semplice occhiata ci stavamo dicendo, senza bisogno di parlare: ‘È lui! Abbiamo trovato il nostro uomo’. Non era tanto un fatto di tecnica, quanto di feeling. Red è una persona positiva, e ottimismo e determinazione erano tutto ciò di cui avevamo bisogno in quel momento difficile». Roby Facchinetti

«Io vivevo tutto con l’incoscienza dei vent’anni. Non mi rendevo conto che la mia vita poteva cambiare. L’ho scoperto solo un anno più tardi, quando ho potuto acquistare la casa dei miei. Oggi mi dispiace aver vissuto quel momento senza eccitazioni. D’altronde, non avevo affatto le idee chiare sul mio futuro». Red Canzian

Red Canzian ed il basso bianco
Red Canzian imbraccia il basso bianco al "Paradiso del culo" presso l’Hotel Roncobilaccio.

Dopo il provino il gruppo affronta il calendario che prevede il primo mini-tour dei Pooh negli Stati Uniti e in Canada, dopo una manciata di date al Sud che include anche la data del 6 marzo ad Avellino, in cui esordisce il nuovo bassista.

«Il pubblico ci accoglie urlando, un calore eccezionale, a cui non ero abituato. A fine serata, c’erano le ragazze a chiedermi l’autografo. In quei giorni la mia foto era finita su tutti i giornali. Ero già un personaggio. Ma non sempre era piacevole. Mi chiamavano 'il bello dei Pooh', e io avrei preferito che parlassero di cosa sapevo fare sul palco». Red Canzian

I Pooh a New York
I Pooh a New York, presso Central Park.

Il breve tour in America settentrionale riscuote una buona accoglienza, in special modo grazie alle comunità italo-americane presenti a Newark, Boston e New York. L’integrazione di Canzian nel gruppo cresce di giorno in giorno, fino ad arrivare alla distensione necessaria per potersi mettere al lavoro su nuovi brani. A Roncobilaccio nascono le nuove canzoni dei Pooh, e sulle musiche di Facchinetti e Battaglia si cuciono man mano i testi di Negrini, molto diversi da quelli a cui il pubblico del gruppo è abituato.
Il primo singolo, Io e te per altri giorni, racconta i risvolti di un adulterio, e come ulteriore elemento di rottura con il passato, si rivela un tentativo di uscire fuori dalla consueta forma-canzone. Le voci di Facchinetti e Battaglia si fondono fino a diventare una sola, per poi staccarsi una dall’altra, alternandosi in un gioco ideato da Lucariello e destinato a restare a lungo una caratteristica del sound del gruppo. L’anno, il posto, l’ora, canzone che fa da manifesto all’album in lavorazione, nasce da un’idea di Battaglia che Facchinetti sviluppa ulteriormente.

«Dodi aveva scritto la prima parte, fino all’inciso. Venne a Roncobilaccio a farcela ascoltare. L’avevamo inserita in scaletta già alla fine del ’72. Bella musica, ma da sola non poteva stare in piedi. Era un tavolo senza una gamba. Aggiunsi a quella melodia un pezzo totalmente indipendente. Ne risultò una piccola suite, molto in linea con le tendenze musicali del periodo». Roby Facchinetti

Il gruppo è contagiato dal pop sinfonico e Lucariello detta le linee stilistiche, portando ad uno sbocco naturale il discorso avviato con Opera Prima e Alessandra. L’orchestra assume quindi un ruolo centrale, Monaldi porta in sala un’ensemble di 40 elementi, quasi tutti dell’Orchestra Sinfonica della RAI, e cura la scrittura degli archi. Ad aprile cominciano le registrazioni negli studi milanesi di Via Moretto da Brescia, con delle tabelle di marcia rigorose che prevedono sedute che dalle 10 di mattina si concludono alle 20 di sera. In successione, viene prima registrata la sezione ritmica, poi la chitarra, le voci e infine l’orchestra. Registrato su 8 piste, l’album presenta la parte più difficile nella fusione con l’orchestra, infatti il misaggio viene ripetuto più volte.

«Mettere insieme tutti quegli archi con la nostra base sembrava impossibile. Non c’erano tecnologie a cui affidarsi, tutto veniva cucito a mano». Stefano D'Orazio

Prende forma Parsifal, con la parte strumentale di sei minuti frutto di un assemblaggio di tre diverse composizioni, di cui la più vecchia è apparsa in versione demo sull’album Contrasto come title-track nel 1968.

«L’avevo scritta appena acquistato l’organo Hammond, che mi ispirava atmosfere particolari. L’adagio era nato invece due anni dopo, come idea di colonna sonora per un film di Bevilacqua, Questa specie d’amore. L’ultima sezione era il famoso Un maiale per Ringo, l’intermezzo musicale che facevamo dal vivo ai tempi di Negrini e Fogli, ironizzando sui temi degli Spaghetti Western»". Roby Facchinetti

«Imperava il rock sinfonico e io, da appassionato di lirica quale sono, pensai a un testo d’ambientazione wagneriana. Le fanciulle fiore sono una citazione esplicita, ma il personaggio è frutto della mia fantasia. Un po’ Re Artù, un po’ Robin Hood, è un Parsifal quasi disneyano, ma incuriosiva». Valerio Negrini

Le prime dichiarazioni per la stampa sul nuovo album, vogliono contraddistinguere una pagina nuova della storia dei Pooh. Fin dall’inizio sembra quasi si voglia sancire un distacco definitivo con il 'periodo Fogli', aprendo la prima canzone proprio con la voce di Canzian, che canta anche altri due brani del disco.

«Fogli era diventato la star del gruppo, ma noi non potevamo permetterlo. I Pooh erano un gruppo e tale dovevano restare. Red aveva l’immagine, una buona tecnica strumentistica, un seguito di ragazze che ne faceva un personaggio: tutto questo rese la sostituzione di Riccardo molto indolore. E la scelta di dargli subito spazio si rivelò una grande intuizione». Giancarlo Lucariello

«Red giocava a trovare soluzioni tecniche complesse, faceva molto di più di quanto l’arrangiatore chiedesse. E questo, per me che stavo dietro la batteria, era stimolante». Stefano D'Orazio

«Io arrivavo da un mondo che era distante anni luce da quello dei Pooh. E forse proprio per questo credo di aver dato un grosso contributo alla realizzazione di Parsifal. Ho apportato un nuovo tipo di energia. Quando sono entrato nei Pooh, io avevo già assimilato tutto il mondo degli Yes e dei Genesis, avevo inciso la 'Tredicesima Sonata Patetica' di Beethoven arrangiata rock con i Capsicum Red. Insomma, la contaminazione tra rock e classica per me non era una novità. Quindi a incidere Parsifal mi sono divertito da morire. Ma per me allora era tutto nuovo. Io arrivavo dal mondo dell’underground, e in fondo ritrovarmi la ventiquattrore piena di fogli da 500 lire, perché allora nelle balere ti pagavano così, non mi interessava poi molto, addirittura non lo capivo. Per me la cosa più bella era avere a disposizione grandi sale d’incisione ed essere assistiti dai migliori tecnici: ritrovarsi a suonare da un momento all’altro con 40 professori d’orchestra mi inebriava. Se mi avessero chiesto di farlo gratis, non avrei avuto niente da obiettare. In più c’erano le fans che impazzivano per te: mi sembrava proprio di stare in paradiso! Comunque devo aggiungere che gli altri con me sono stati molto carini: quando entrai nei Pooh, l’accordo era che per un anno avrei preso la metà degli altri. Ma dopo due mesi Roby venne da me e mi disse: "Noi lavoriamo a 600.000 lire a sera, da oggi in poi sono 150.000 a testa"». Red Canzian

«Parsifal è un lungo discorso sugli obiettivi che si prefigge un uomo quando giunge a una svolta della sua vita, nei suoi aspetti positivi e negativi». Roby Facchinetti

«A giudicare dai testi dell’album, siamo un po’ più ottimisti dell’eroe medievale. I sentimenti, da allora al 1973, non sono cambiati. I motivi psicologici ed esistenziali sono gli stessi ma i nostri eroi, quelli delle nostre canzoni, hanno un punto di arrivo ben preciso: l’amore. Con l’amore ogni problema può essere risolto. La musica dell’assoluto è semplicemente la ricerca dell’amore vero». Stefano D'Orazio

I Pooh nel castello
I Pooh nel castello usato come scenografia per le foto della copertina dell'album "Parsifal".
Da "Sorrisi e Canzoni TV" numero 39 del 30 settembre 1973.

Per le foto di copertina il gruppo si reca presso il Castello di Vezio, a Varenna, sul lago di Como, nel mese di maggio del 1973. Tra i ruderi della rocca, i quattro vestono dei costumi da cavalieri medievali originariamente usati al Teatro della Scala dagli attori del Parsifal di Wagner. Nelle interviste rilasciate, i Pooh rilasciano dichiarazioni tese a stimolare la curiosità dei loro fans in attesa del nuovo album.

«Parsifal è leggenda ma anche storia, letteratura. È la vita. Quella che combattiamo tutti i giorni. I trovatori cantavano le loro ballate in contrade polverose, noi cantiamo le nostre canzoni attraverso un LP. Cosa cambia nella sostanza?». I Pooh

Inizia il tour per presentare l’album e in una delle tappe, a San Mauro Mare, i Pooh trovano dietro il palco un visitatore inatteso, che solo Facchinetti conosce: Mauro Bertoli, il primo chitarrista dei Pooh, che il tastierista non aveva più rivisto fin dal suo abbandono del gruppo nel 1967. Roby lo abbraccia e lo presenta agli altri. Un’amicizia ritrovata.
Altra sorpresa, purtroppo non altrettanto piacevole, è quella che a Trieste riceve D’Orazio, che finisce agli arresti e portato in carcere prima del concerto a Castello San Giusto.

«Tutto per aver difeso una ragazza-madre slovena che quasi finiva sotto un’auto, mentre attraversava la strada, con il bambino in braccio. L’automobilista, sceso dalla macchina, la stava strattonando, e io che ero seduto con i Pooh ai tavolini di un bar sul lungomare, decisi di affrontarlo. Non potevo sapere che quell’uomo era un capitano dei Carabinieri. Me lo disse lui, urlando. E io, di rimando: ‘Non creda di poter fare quello che vuole solo perché è un carabiniere’. Feci chiamare il 112 e all’arrivo di una gazzella dell’Arma, fui io a essere ammanettato e portato via, senza neppure avere il tempo di spiegare cos’era successo». Stefano D'Orazio

I Pooh quella sera suonarono senza batterista, nonostante si trovasse in città Negrini che, di passaggio a Trieste diretto per un viaggio in Turchia, aveva deciso di fermarsi per assistere al concerto. A nulla valgono i tentativi di Facchinetti di convincere i Carabinieri a rilasciare D’Orazio.

«Fu comunque un concerto eroico. Fu una giornata concitata, che fotografa bene un certo clima un po’ autoritario e intransigente che si respirava nei primi anni Settanta». Red Canzian

«Il concerto era organizzato dal Comune, mi aspettavo di uscire dal carcere da un minuto all’altro. E invece, d’un tratto, vidi che fuori era buio e poi, lentamente, che stava tornando la luce. Era l’alba e io avevo trascorso l’intera nottata in galera. Ero stato condotto anche dall’'Avvocato', un detenuto che godeva di particolari privilegi e riceveva i nuovi arrivati in una cella attrezzata a salotto. Mi offrì un amaro e mi consigliò di farmi portare una giacca, per potermi coprire i polsi nel tragitto verso il tribunale e nascondere così gli schiavettoni. Perché l’Avvocato sapeva già che i Carabinieri mi avrebbero portato dal giudice in manette. Al mattino sento delle voci che gridano ‘nu-do, nu-do’ e poi ‘Ste-fa-no, Ste-fa-no’. Erano le recluse della sezione femminile che avevano saputo del mio arresto. Al processo per direttissima, il giudice ascoltò solo i testimoni contro di me, che poi erano i Carabinieri accorsi per arrestarmi quando tutto ormai era finito. E mi beccai una condanna a quattro mesi, con la condizionale. Venni assolto solo in appello». Stefano D'Orazio

Parsifal riscuote un notevole successo: 400.000 copie vendute per i tempi erano davvero tante. I due singoli, Io e te per altri giorni e Infiniti noi, restano nella parte alta delle classifiche di vendita rispettivamente 20 e 16 settimane. Un’ulteriore grande cambiamento è alle porte, questa volta per quanto riguarda l’attività dal vivo del gruppo. Ne è artefice Maurizio Salvadori, giovane impresario milanese che, da un piccolo ufficio nei pressi del Duomo, è riuscito a mettere a segno grandi obiettivi, come portare in Italia i Pink Floyd nel ’71 e i Genesis nel ’72, anni che erano proibitivi per concerti e manifestazioni di grande richiamo nel Bel Paese. Salvadori tiene d’occhio i Pooh già da tempo, e fa una proposta al gruppo: un tour teatrale, il primo per un gruppo italiano. Il gruppo accetta la scommessa. La formula iniziale prevede un calendario di 22 date con due concerti al giorno, uno di pomeriggio ed uno di sera, ma è la sede in cui si svolgono gli spettacoli ad imporre dei cambiamenti anche a livello coreografico e scenico. I Pooh salgono sul palco avvolti in mantelli bianchi e azzurri, il cui impatto scenico viene provato durante le riprese video di un filmato della RAI, girato di notte sulla spiaggia di Sperlonga, dove il gruppo esegue la versione integrale di Parsifal immerso nel fumo bianco.

«Decidemmo di usare quei mantelli in stile medievale anche per il tour, ma non quelli affittati dalla Scala, perché erano troppo pesanti: ce n’era uno fatto tutto in fili di ferro. La costumista teatrale Pia Rame aveva realizzato dei mantelli molto più leggeri. Una volta, durante un concerto, inciampai nella coda del mantello e non fui capace di rialzarmi: suonai tutta la canzone disteso per terra. Un’altra volta saltai su una copertura di plexiglass che non resse all’urto, ci entrai dentro fino al petto e continuai imperterrito a suonare il basso. Il bello è che la gente era convinta che fossero "coupe de théàtre". Suonavamo il pomeriggio e la sera. Di pomeriggio quando andava bene c’erano 10, 20 persone, di sera un centinaio o poco più. Spesso il gestore del teatro ci rimetteva, in più bisognava tener conto di una mentalità da avanspettacolo. Una volta entriamo in scena coi nostri mantelli e dalla galleria, nel silenzio più totale, uno urla: "A Dracula er vampiro! Ma vaffanculo, va!"». Red Canzian

«Di pomeriggio, quando si apriva il sipario, ci trovavamo in platea dieci o tredici persone in tutto. A volte non c’erano più neppure le poltrone: i gestori le facevano togliere, pensando che il pubblico avesse bisogno della sala per ballare, come succede ai veglioni». Stefano D'Orazio

«l problema è che avevamo allestito un vero show, cominciavamo ad avere dei grandi impianti di amplificazione, una batteria molto complicata, addirittura portavamo con noi un palco perché le pedane dei locali erano troppo piccole. Questo non piaceva ai gestori dei locali, dicevano che gli portavamo via spazio, mentre loro volevano piazzare altri tavolini sotto la pedana, proprio lì dove noi piazzavamo gli amplificatori. Quindi passare ai teatri è stata una scelta ambiziosa, ma sotto certi aspetti necessaria. Una volta il proprietario di un locale arrivò a dirci: "Ma come, qui ci ha suonato anche l’Orchestra Casadei, che sono in dodici, e voi che siete solo quattro fate tutte queste storie!"». Dodi Battaglia

La set-list di ogni concerto viene decisa in camerino, subito dopo l’arrivo, e ad ogni concerto alcuni dei brani cambiano. Il concerto si apre quasi sempre con L’anno, il posto, l’ora, a cui segue un medley che comprende Tanta voglia di lei, Noi due nel mondo e nell’anima e Cosa si può dire di te. Dopo l’intermezzo strumentale che ha uno scopo coreografico, Alessandra e Infiniti noi, per concludere con Parsifal.
Il fonico dei Pooh è partito per il servizio militare e in questo tour, come tecnico del suono, al mixer siede un giovanissimo Eugenio Finardi, direttore artistico della Trident Records di Salvadori.

«Avevo prodotto i dischi di Claudio Fucci e di un gruppo progressive italiano, Il Biglietto per l’Inferno. Cercavo di dare ai Pooh un’impronta rock, sfruttando al massimo le potenzialità del mixer. Alzavo il volume del mellotron di Facchinetti, era divertentissimo. E facevo leva sull’anima rock di Red, che avevo conosciuto qualche anno prima al Carta Velata di Bollate, quand’era ancora con i Capsicum». Eugenio Finardi

L’idea di lasciare le discoteche funziona: i concerti registrano quasi ovunque il tutto esaurito. Si era aperta un’alternativa alle serate nei locali, creando un circuito nuovo in Italia che avrebbe tenuto validamente banco fino al 1979, quando Dalla e De Gregori inaugurarono la stagione dei concerti negli stadi.
I Pooh, dal loro canto, a tutti questi cambiamenti aggiungono un approccio improntato ad una più rigorosa professionalità, testando sul palco nuovi brani e, finito lo spettacolo, confrontandosi sulla riuscita della serata, coinvolgendo man mano anche i tecnici, e poi di nuovo in viaggio.

«Sulla Mercedes aziendale viaggiavamo in cinque, io e Dodi ci alternavamo alla guida. Per essere sicuri che il baule dell’auto contenesse il bagaglio di tutti, ci eravamo comprati le valigie uguali, misurate con il centimetro. Stipate quelle, dentro non poteva entrarci neppure uno spillo». Maurizio Salvadori

I dischi pubblicati nel 1973

Io e te per altri giorni / Lettera Da Marienbad     Parsifal     Infiniti noi / Solo Cari Ricordi

Biografia anno 1972 Biografia anno 1974